Risk Management: cosa dicono le imprese italiane
L’ultima edizione della survey 2026 “Risk Management & Governance: lo stato dell’arte nel panorama italiano”, condotta da PwC Italia e Nedcommunity, fotografa un contesto in cui i Board aziendali si trovano ad affrontare rischi sempre più interconnessi e complessi. L’instabilità macroeconomica e geopolitica (92%), gli attacchi informatici (87%), la volatilità dei prezzi delle materie prime (82%) e le interruzioni della supply chain (76%) si confermano tra le principali sfide, sia nel breve sia nel lungo periodo (2 e 10 anni). In questo scenario, disporre di competenze dedicate e di un presidio strutturato diventa essenziale per supportare processi decisionali e strategici. Tuttavia, quasi una società su due, il 33% tra le quotate e il 69% tra le non quotate, non si è ancora dotata di una funzione indipendente di Risk Management, limitando la possibilità di adottare un approccio integrato e di fornire a CEO e Board una visione organica dei principali rischi aziendali.Lo studio mostra come la diffusione di buone pratiche cresca all’aumentare della complessità: sopra gli 1,5 miliardi di euro di fatturato l’adozione raggiunge l’84%. Nel lungo periodo aumentano le preoccupazioni legate alle tensioni socio‑politiche, che entrano nella top 10, mentre il rischio climatico rimane stabile in nona posizione. I dati evidenziano però un divario significativo tra percezione del rischio e capacità delle organizzazioni di adottare strumenti adeguati: sul rischio geopolitico circa il 70% delle aziende adotta misure reattive e non predittive, mentre su cyber risk, AI e privacy, ambiti in cui si registra maggiore sensibilità, la maggior parte dei CdA non si considera sufficientemente edotta rispetto alle responsabilità normative e il 49% dichiara un’informativa parziale o assente sulle attività svolte dalle figure responsabili.Per quanto riguarda il ruolo del responsabile Risk Management, nelle realtà in cui la funzione è presente emerge un progressivo rafforzamento del posizionamento nella governance: nel 79% dei casi riporta direttamente al CEO o al CdA. Rimane però evidente un empowerment incompleto, poiché nel 39% dei casi non si tratta di un C‑Level. Anche il coinvolgimento nelle scelte strategiche è diffuso ma non sempre strutturato: nell’89% dei casi il Risk Manager/CRO partecipa ai processi di decision making, ma solo nel 50% ciò avviene in modo regolare e formalizzato; inoltre, nel 59% delle aziende la valutazione di rischi e opportunità sulle iniziative strategiche è assente o gestita in modo informale.La maturità dei modelli di Risk Management risulta prevalentemente intermedia: il 61% delle aziende colloca il proprio modello agli stadi iniziali e il 41% non ha ancora adottato un framework ERM, anche se il 14% ne prevede l’introduzione entro i prossimi 12 mesi. Ancora meno diffuso il Risk Appetite Framework: tra le società che adottano un ERM, solo il 44% ha formalmente definito la propria propensione al rischio attraverso indicatori, soglie e meccanismi di escalation. Sul piano della governance emergono segnali incoraggianti: rispetto ai dati 2024, nel 2026 cresce la regolarità dell’informativa al Board (reporting trimestrale nel 38%), diminuisce il numero di aziende prive di reporting periodico (17%) e aumenta la formalizzazione di policy e documenti di supporto al CdA (64%). Resta però centrale la qualità dell’informazione, che deve essere focalizzata sui rischi primari, comparabile nel tempo e orientata alle decisioni.Un’area in cui sono attesi miglioramenti significativi riguarda l’integrazione tra rischio e pianificazione strategica: il 90% dei CdA riceve un’informativa sul profilo di rischio associato al Business Plan, ma nel 24% dei casi il processo non è strutturato e nel 38% avviene solo su richiesta. Anche la frequenza di monitoraggio risulta limitata: nel 42% delle aziende gli aggiornamenti sull’andamento del Business Plan e dei rischi associati non sono sistematici. Un coinvolgimento più regolare e organizzato del Risk Manager nelle decisioni strategiche rafforzerebbe la capacità di anticipare criticità e di supportare il CdA nell’assunzione di decisioni più informate.Come sottolinea Riccardo Bua Odetti, Partner PwC Italia e lead of Enterprise Risk Management: “In uno scenario in cui la complessità è diventata strutturale e il cambiamento è continuo, il Risk Management rappresenta una funzione chiave che deve evolvere dal presidio dei controlli di processo alla valutazione dei rischi legati alle scelte strategiche e al Business Plan”. La survey mostra come le aziende non finanziarie abbiano avviato un percorso di evoluzione, ma anche quanto resti da fare per rafforzare governance, integrazione e qualità delle informazioni destinate al CdA, soprattutto in un contesto privo di una normativa dedicata.
PwC AI Jobs Barometer 2026
L’AI Jobs Barometer 2026 di PwC evidenzia una trasformazione profonda e sempre più polarizzata del mercato del lavoro globale. Le imprese maggiormente esposte all’adozione dell’intelligenza artificiale hanno registrato nel 2025 una crescita della produttività del 34% rispetto al 2018, contro il 24% delle aziende meno esposte. All’interno di questo gruppo emerge un marcato effetto “superstar”: il 20% delle imprese più avanzate ha ottenuto un incremento medio della produttività del lavoro del 163%, quasi cinque volte superiore alla media delle aziende AI‑intensive. La ricerca, basata sull’analisi di oltre un miliardo di annunci di lavoro a livello globale, mostra come l’AI stia accelerando una polarizzazione tra ruoli altamente professionalizzati e ruoli “democratizzati”, nei quali l’automazione rende le attività più accessibili anche a profili meno esperti. Nei primi, l’AI automatizza le attività di routine e consente agli specialisti di concentrarsi su compiti a maggior valore aggiunto: qui la crescita delle opportunità di lavoro è doppia rispetto agli altri ruoli e l’incremento salariale procede a un ritmo più rapido del 42%.Il premio salariale per le competenze AI continua infatti a crescere: nel 2025 ha raggiunto il 62%, in aumento rispetto al 57% dell’anno precedente, con picchi fino al 118% nei beni di consumo e valori più contenuti nel settore pubblico (circa 16%). Le professioni che richiedono skill come prompt engineering o machine learning crescono a un ritmo pari a otto volte quello del mercato complessivo: +69% contro +9%. I settori tecnologia, media e telecomunicazioni (11%) e servizi professionali (6%) guidano l’aumento dei job posting AI, seguiti dai servizi finanziari (5%), mentre la sanità rimane sotto l’1%. La diffusione delle competenze AI è più elevata nei ruoli a maggiore intensità digitale e cognitiva: IT e informatica, marketing e comunicazione, ricerca scientifica, attività creative e di produzione contenuti mostrano i livelli più alti di penetrazione dell’AI nei job posting.L’impatto dell’AI non dipende però solo dal settore, ma dalla natura delle attività svolte. Nei ruoli entry‑level, l’AI sta “seniorizzando” le competenze richieste: negli Stati Uniti, i ruoli junior più esposti all’AI hanno una probabilità sette volte maggiore di richiedere skill tipicamente umane come leadership, creatività e interazioni dirette. Le offerte di lavoro per questi ruoli sono cresciute del 35% dal 2019, mentre gli altri ruoli entry‑level sono diminuiti del 10%. L’AI non sostituisce quindi le competenze esistenti, ma accelera la combinazione tra capacità tecniche, competenze trasversali e conoscenze specialistiche, ampliando e rendendo più multidimensionale il profilo professionale richiesto.Nel mercato italiano, la domanda di competenze AI ha registrato un incremento significativo: nel 2025 gli annunci che richiedono skill legate all’AI sono aumentati di circa 24 mila unità, portando la quota complessiva all’1,7% del totale. L’Italia si colloca oggi su livelli analoghi alle principali economie europee, ma resta al di sotto dei Paesi più avanzati: 2,2% nel Regno Unito, 2,8% negli Stati Uniti, fino al 6,4% in Cina e all’8,1% in India. Una differenza che riflette anche la diversa struttura economica: nei mercati con una maggiore presenza di servizi digitali e attività ad alta intensità di conoscenza, la domanda di competenze AI cresce più rapidamente. In Italia il settore Tech, Media & Telecom è il più dinamico, con oltre l’8% degli annunci che richiedono competenze AI, seguito dai servizi professionali (3,4%) e dal manifatturiero (1,9%), mentre i servizi finanziari si attestano intorno all’1,5%. Tutti i settori registrano comunque un aumento rispetto al 2024.Le occupazioni più esposte all’AI mostrano il maggiore dinamismo sul fronte delle competenze: tra il 2019 e il 2025 hanno introdotto in media oltre 500 nuove skill, con un’evoluzione quasi doppia rispetto alle professioni meno esposte. Le trasformazioni più rapide riguardano le professioni digitali, le attività di business e i ruoli legati alla produzione di contenuti, dove cresce la richiesta di competenze ibride che combinano tecnologia, creatività, capacità analitiche e soft skill avanzate.Come osserva Alessandro Caridi, Partner e Digital Innovation Leader di PwC Italia: “Il tradizionale rapporto tra esperienza e competenza sta cambiando. L’AI assorbe molte delle attività di routine che un tempo rappresentavano la naturale palestra dei primi anni di carriera e, allo stesso tempo, anticipa la richiesta di competenze tipicamente umane, capacità di giudizio, leadership, adattabilità, fin dalle fasi iniziali del percorso professionale”. E aggiunge “le aziende sono chiamate a ripensare i propri modelli di sviluppo del talento: solo così potranno accompagnare le nuove generazioni nella crescita e valorizzarle in un contesto profondamente diverso dal passato”.
The economic impact of Private Equity and Venture Capital in Italy
Lo studio “The Economic Impact of Private Equity and Venture Capital in Italy 2026”, realizzato da PwC conferma il ruolo strategico del Private Equity e del Venture Capital come motori di crescita e trasformazione del tessuto imprenditoriale italiano. L’analisi, condotta su 521 operazioni di disinvestimento completate nel periodo 2014-2024, evidenzia come le società supportate da investitori finanziari continuino a registrare performance superiori rispetto al mercato italiano in termini di crescita dei ricavi, redditività e occupazione.Nel 2024, le aziende partecipate hanno registrato una crescita media annua composta (CAGR) dei ricavi del 9,6%, oltre tre volte superiore rispetto al benchmark di mercato, mentre l’EBITDA è cresciuto del 7,3%, confermando la capacità del Private Equity di generare sviluppo sostenibile anche in un contesto macroeconomico caratterizzato da inflazione, aumento dei costi e volatilità. Parallelamente, la crescita dell’occupazione ha raggiunto un livello record dell’8,2%, contribuendo significativamente alla creazione di valore e di nuovi posti di lavoro. Negli ultimi cinque anni, infatti, le società analizzate hanno generato oltre 42.000 nuovi posti di lavoro, accompagnando tale crescita con un rafforzamento delle competenze manageriali e delle strutture organizzative.L’analisi evidenzia inoltre come il supporto degli investitori favorisca l’aumento degli investimenti, l’accelerazione dei processi di crescita e la capacità delle aziende di mantenere risultati positivi anche attraverso successivi passaggi di proprietà tra operatori di Private Equity, confermando la sostenibilità dei percorsi di sviluppo intrapresi.Lo studio approfondisce anche l’evoluzione delle performance ESG delle società partecipate. I risultati mostrano progressi concreti nella riduzione dell’intensità delle emissioni di gas serra, nell’aumento dell’utilizzo di energia elettrica da fonti rinnovabili e nel miglioramento dell’efficienza energetica. Sul fronte sociale, le aziende analizzate mantengono livelli di gender balance superiori alla media del mercato italiano, a conferma della crescente integrazione dei principi di sostenibilità nei modelli di creazione del valore.Come sottolinea Francesco Giordano, Partner e Private Equity Leader di PwC Italia, «questi risultati confermano che Private Equity e Venture Capital svolgono un ruolo cruciale nel rafforzare la competitività e la crescita economica delle imprese, creando campioni nazionali capaci di competere anche in contesti internazionali complessi».Nel complesso, i risultati confermano come Private Equity e Venture Capital rappresentino una leva fondamentale per la competitività, l’innovazione e la crescita sostenibile delle imprese italiane, contribuendo allo sviluppo economico del Paese e alla creazione di valore nel lungo periodo.Per saperne di più scarica il report
Real Estate Retail Market Report
Il Real Estate Retail Market Report 2026 presenta un quadro completo dell’evoluzione del mercato retail europeo e italiano, inserito in uno scenario macroeconomico caratterizzato da crescita moderata e incertezza ancora elevata. La dinamica globale mostra un PIL in rallentamento dal 3,3% nel 2026 al 3,2% nel 2027, mentre gli Stati Uniti mantengono un ritmo sostenuto grazie a politiche fiscali espansive e a un contesto monetario più favorevole. Nell’Eurozona si osserva un miglioramento graduale, con investimenti pubblici in aumento e un’inflazione in progressivo rientro verso il target del 2%. L’Italia si colloca in un percorso di crescita contenuta ma stabile, con un +0,8% nel 2026 sostenuto dalla domanda interna e da consumi in ripresa, accompagnati da una maggiore propensione al risparmio.Nel 2025 il mercato europeo del retail real estate registra un cambio di passo significativo: gli investimenti crescono dell’8% e raggiungono 35,5 miliardi di euro, pari al 18% del totale immobiliare istituzionale. Il primo trimestre del 2026 mostra un lieve rallentamento, ma i fondamentali restano solidi. Regno Unito, Germania e Italia guidano la ripresa, con il mercato italiano che raggiunge 3,5 miliardi di euro e si conferma tra i più dinamici del continente.Il segmento high street evidenzia una rinnovata attrattività, sostenuta dal ritorno del turismo e dalla forza del lusso. In Italia i rendimenti prime si comprimono tra 20 e 25 punti base, con Milano e Roma che consolidano il proprio ruolo di piazze di riferimento. La Francia si distingue come mercato più performante, grazie alla combinazione di turismo, brand globali e qualità dell’offerta commerciale.Nel comparto shopping center, il 2025 segna un passaggio storico: in Italia si registra la più grande transazione mai avvenuta nel settore, confermando una rivalutazione strutturale del formato. Shopping center e outlet rappresentano complessivamente l’80% degli investimenti retail nazionali, sostenuti da una maggiore liquidità e da un rinnovato interesse degli investitori istituzionali. Parallelamente, i retail park — soprattutto nel Regno Unito — mostrano vacancy ai minimi e rendimenti in ulteriore compressione, confermandosi uno dei formati più resilienti e ricercati.Il mercato M&A del Consumer italiano evidenzia un trend di consolidamento guidato da operatori internazionali e da un crescente interesse verso modelli omnicanale capaci di integrare fisico e digitale. Nel comparto Fashion, la ripresa del turismo e la centralità del lusso alimentano la domanda di location prime e spazi di alta qualità, mentre il segmento Grocery continua a distinguersi per stabilità dei flussi di cassa e resilienza, con un’attenzione crescente verso format di prossimità e retail park con ancore alimentari.Nel complesso emerge un settore in trasformazione, caratterizzato da un ritorno della fiducia, da una ripresa degli investimenti e da una rivalutazione dei principali formati retail. L’Italia si conferma uno dei mercati più dinamici, sostenuta da operazioni di rilievo, da un rinnovato interesse per gli asset prime e da una crescente attenzione alla qualità dell’esperienza retail.Scarica il report per saperne di più
Triangolari intracomunitarie: la mancata indicazione del “reverse charge” in fattura preclude la semplificazione
L’Agenzia delle Entrate, con la Risposta n. 111/2026, ha chiarito che, nelle cessioni a catena, l’assenza del riferimento al reverse charge nella fattura emessa dall’operatore intermedio impedisce l’applicazione del regime di semplificazione previsto per le triangolari intracomunitarie. La fattispecie riguarda una transazione tra un fornitore polacco (Alfa), un operatore tedesco non identificato ai fini IVA in Italia (Beta) e un cliente italiano (Gamma), con beni spediti direttamente dalla Polonia all’Italia. Pur emettendo fattura intra‑UE verso Gamma, Beta non indica né il richiamo all’art. 141 della Direttiva IVA, né la dicitura “reverse charge”, né la designazione del cessionario quale debitore d’imposta; Gamma, tuttavia, assolve comunque l’IVA tramite inversione contabile.L’Agenzia ritiene che tali omissioni formali siano decisive e non sanabili ex post tramite nota di credito e nuova fattura. La normativa unionale e nazionale richiede infatti che la fattura dell’operatore intermedio riporti espressamente la dicitura relativa all’inversione contabile e l’indicazione del cessionario quale debitore d’imposta. In assenza di tali elementi, la semplificazione non può operare e Beta deve identificarsi ai fini IVA in Italia per effettuare l’acquisto intracomunitario, mentre la successiva cessione a Gamma si configura come operazione interna soggetta all’art. 17, co. 2, d.P.R. 633/1972.A supporto di questa impostazione, l’Agenzia richiama implicitamente l’orientamento della Corte di Giustizia, in particolare la sentenza Luxury Trust (C‑247/21), che ribadisce l’obbligo di utilizzare la dicitura “inversione contabile” senza alternative. Va però ricordato che, nel caso esaminato dalla Corte, il cessionario finale non aveva assolto l’imposta ed era risultato un “missing trader”, circostanza non presente nella fattispecie oggetto della Risposta. L’Amministrazione ha inoltre dichiarato inammissibile il quesito relativo alle sanzioni, ritenendo che la loro individuazione implichi valutazioni di fatto riservate agli uffici accertatori.Per gli operatori coinvolti in cessioni a catena, la Risposta conferma un approccio rigoroso e sottolinea l’importanza di verificare con attenzione la correttezza formale delle fatture. In particolare, risultano determinanti:La dicitura “reverse charge”, richiesta espressamente dalla Direttiva IVA;La designazione del cessionario quale debitore d’imposta, prevista dalla normativa nazionale per l’operatore intermedio.Errori apparentemente formali possono infatti far venir meno il regime di semplificazione, generare obblighi di identificazione IVA nello Stato membro di destinazione e comportare potenziali impatti sanzionatori.Per saperne di più visita la pagina dedicata
Un nuovo approccio cross‑sector: una nuova priorità per la leadership nel settore manifatturiero
Il settore manifatturiero globale sta vivendo una trasformazione profonda, in cui i confini tradizionali tra industrie si fanno sempre più permeabili. Megatrend come digitalizzazione, intelligenza artificiale, transizione energetica e nuovi modelli di consumo stanno spingendo i produttori a ripensare il proprio ruolo: la crescita non dipenderà più solo dall’efficienza, ma dalla capacità di operare oltre i confini storici del manufacturing, adottando logiche cross‑sector ed ecosistemiche.Le opportunità di valore più rilevanti si stanno spostando verso ambiti un tempo esterni al core industriale. Settori come tecnologia, energia, mobilità, aerospazio e difesa convergono in mercati sempre più elettrificati, digitali e orientati ai servizi. In questo scenario, il futuro del manifatturiero non consiste più soltanto nel produrre beni, ma nel progettare soluzioni integrate che combinano hardware, software, dati e servizi.Il passaggio dal prodotto alla soluzione rappresenta un cambio di paradigma: il valore non risiede più nella vendita di un bene discreto, ma nella capacità di offrire sistemi intelligenti e connessi, che includono servizi digitali, manutenzione avanzata, piattaforme dati e modelli contrattuali flessibili. Per abilitare questo modello è necessario ripensare l’intera catena del valore lungo il ciclo di vita del cliente, spesso attraverso partnership con attori di altri settori.In un contesto sempre più interdipendente, gli ecosistemi diventano un fattore critico di successo. Le aziende più avanzate collaborano con player tecnologici, energetici, logistici e di servizi per acquisire competenze difficilmente sviluppabili internamente. L’interoperabilità, tra sistemi IT, piattaforme digitali, standard dei dati e processi operativi, emerge come requisito essenziale per operare oltre i confini aziendali e sostenere modelli di business aperti.Questa evoluzione richiede anche nuove forme di leadership e assetti organizzativi capaci di governare la complessità: orchestrazione di ecosistemi, gestione di partnership strategiche, rapidità decisionale e una cultura orientata alla sperimentazione. Per molte imprese significa superare silos storici e rivedere processi e modelli di governance.Nel contesto italiano, la convergenza tra settori rappresenta una grande opportunità ancora in parte inespressa. Il Paese dispone di un tessuto manifatturiero di eccellenza, ricco di competenze tecniche e specialistiche, ma spesso limitato da dimensioni aziendali ridotte, investimenti digitali disomogenei e una propensione ancora contenuta alla collaborazione strutturata. Tuttavia, ambiti strategici come energia, mobilità, infrastrutture e meccanica avanzata sono oggi al centro delle trasformazioni legate a decarbonizzazione, elettrificazione e digitalizzazione: proprio qui il modello cross‑sector può diventare un acceleratore di crescita e competitività internazionale.La sfida per le imprese italiane, e per il sistema‑Paese, sarà accompagnare l’eccellenza industriale con visioni più aperte, investimenti coordinati in piattaforme comuni e una leadership capace di operare efficacemente oltre i confini tradizionali del settore.Per saperne di più visita la pagina dedicata
Intelligenza artificiale, il nostro presente professionale
Le più recenti indagini internazionali sul legal tech mostrano una professione legale in profonda evoluzione, sempre più orientata all’integrazione della tecnologia nei processi quotidiani. La survey, condotta su un campione di 810 professionisti provenienti da studi legali e direzioni affari legali di imprese multinazionali in USA, Cina e nove Paesi dell’Unione Europea, evidenzia una diffusione ormai strutturale dell’Intelligenza Artificiale nel lavoro degli avvocati e dei giuristi d’impresa.Dai risultati emergono quattro evidenze chiave:Il 92% utilizza almeno una soluzione di AI ogni giornoIl 62% registra un risparmio di tempo tra il 6% e il 20% della settimana lavorativaIl 61% dichiara maggiore fiducia nella revisione del proprio lavoro grazie alle nuove efficienzeIl 60% prevede un incremento degli investimenti tecnologici nei prossimi tre anniQuesti dati raccontano un cambiamento ormai irreversibile: l’AI non è più percepita come un elemento sperimentale, ma come una componente essenziale dell’operatività quotidiana. La capacità di automatizzare attività ripetitive, accelerare la ricerca giuridica, migliorare la qualità delle analisi e ridurre i tempi di lavorazione sta ridefinendo il modo in cui gli studi legali e le direzioni affari legali organizzano il proprio lavoro.L’adozione di strumenti avanzati consente ai professionisti di concentrarsi sulle attività a maggior valore aggiunto: interpretazione normativa, strategia difensiva, negoziazione, relazione con il cliente. L’AI diventa così un abilitatore di efficienza e qualità, capace di liberare tempo e risorse da reinvestire in competenze specialistiche e sviluppo del business.Parallelamente, cresce la consapevolezza che la tecnologia non sostituisce il giudizio umano, ma lo amplifica. I professionisti che hanno integrato l’AI nei propri flussi di lavoro dichiarano un aumento della fiducia nella revisione dei propri elaborati: la possibilità di verificare rapidamente fonti, confrontare precedenti, analizzare grandi volumi di documenti o generare prime bozze consente un controllo più accurato e una maggiore sicurezza nella qualità del risultato finale.L’orientamento agli investimenti conferma questa traiettoria. La previsione, da parte del 60% degli intervistati, di un incremento delle risorse destinate a soluzioni tecnologiche nei prossimi tre anni indica che la trasformazione digitale del settore legale è destinata ad accelerare ulteriormente. Le organizzazioni più strutturate stanno già adottando modelli operativi che integrano AI generativa, automazione dei processi, piattaforme di knowledge management e sistemi avanzati di e‑discovery, costruendo ecosistemi tecnologici capaci di supportare l’intero ciclo di vita delle attività legali.In questo scenario, la competitività non dipende più soltanto dalla competenza giuridica, ma dalla capacità di combinare conoscenza tecnica, visione strategica e padronanza degli strumenti digitali. I professionisti più performanti sono quelli che interpretano l’innovazione come una leva di crescita, non come una minaccia. La tecnologia diventa un alleato per migliorare la qualità del servizio, ridurre i costi, aumentare la velocità di risposta e offrire ai clienti un’esperienza più efficace e trasparente.La trasformazione in atto richiede però un cambiamento culturale profondo: investire nella formazione, sviluppare nuove competenze, adottare protocolli di verifica e validazione degli output, definire modelli di governance dell’AI coerenti con i principi normativi e deontologici. Il valore della tecnologia, infatti, si esprime pienamente solo quando è guidata da professionisti consapevoli, capaci di interpretarne i risultati e di integrarla in modo intelligente nei processi decisionali.In definitiva, la direzione è chiara: il futuro della professione legale sarà sempre più ibrido, fondato sulla collaborazione tra competenza umana e capacità computazionale. L’AI non sostituisce il giurista, ma ne potenzia il ruolo. E la differenza, come spesso accade nei momenti di trasformazione, la farà chi saprà cogliere per tempo questa opportunità.Per saperne di più visita la pagina dedicata
La riforma dell’Archivio CNEL: dalla logica “formale” alla rilevanza “sostanziale”
Una riforma che introduce criteri oggettivi di rappresentatività, rafforza la trasparenza dei CCNL e rende l’Archivio CNEL un riferimento centrale per mercato del lavoro e appalti pubblici.La Commissione dell’Informazione del CNEL ha approvato all’unanimità, il 20 aprile 2026, il nuovo assetto dell’Archivio nazionale dei contratti collettivi, dopo una sperimentazione avviata nell’aprile 2025. La riforma segna un passaggio rilevante: si supera la logica del semplice deposito per adottare un criterio fondato sulla rilevanza sostanziale dei contratti, misurata attraverso i dati occupazionali UniEmens INPS. La classificazione non dipende più dalle dichiarazioni delle parti, ma da informazioni amministrative verificabili, con benefici evidenti in termini di trasparenza e qualità del dato.Per accedere alla sezione principale dell’Archivio, dedicata ai “Contratti nazionali di settore vigenti o ultrattivi”, un CCNL deve raggiungere soglie minime di copertura occupazionale:almeno il 5% dei lavoratori in una divisione ATECO;almeno il 3% per i contratti plurisettoriali.Gli accordi che non raggiungono tali livelli non vengono esclusi, ma confluiscono nella sezione “Altri contratti”, che ne segnala la minore diffusione nel mercato del lavoro.Il quadro numerico illustrato dal Presidente CNEL restituisce un sistema fortemente polarizzato: 99 CCNL delle confederazioni maggiori coprono oltre il 97% dei 14,6 milioni di lavoratori privati, mentre più di 800 contratti minori incidono su una platea residuale. Questi dati ridimensionano la reale portata del dumping contrattuale, spesso percepito come più esteso di quanto non sia nella pratica.Un altro tassello della riforma è rappresentato dalle schede contratto standardizzate, già disponibili per il terziario. Offrono una rappresentazione omogenea dei principali istituti economici e normativi dei CCNL, secondo le categorie del Codice dei contratti pubblici. Si tratta di uno strumento che rafforza il ruolo dell’Archivio nelle procedure di appalto, in coerenza con il Protocollo CNEL–ANAC del 2025: le stazioni appaltanti possono infatti utilizzare l’Archivio sia per individuare il contratto applicabile, sia per svolgere il giudizio di equivalenza previsto dal Codice, oggi basato su parametri comparativi uniformi.La riforma si collega direttamente anche al D.L. 30 aprile 2026, n. 62, che introduce il concetto di “salario giusto” ancorato al trattamento economico complessivo dei CCNL maggiormente rappresentativi. Il decreto non definisce un salario minimo legale, ma rende il TEC del contratto leader un livello inderogabile. Da qui derivano tre effetti immediati per le imprese: l’obbligo di riportare sul cedolino il codice CNEL del CCNL applicato; la necessità di rispettare il TEC del contratto leader per accedere a bonus e incentivi; la rivalutazione automatica delle retribuzioni in caso di mancato rinnovo.In questo quadro, la nuova classificazione dell’Archivio svolge una funzione essenziale: consente di distinguere in modo oggettivo i contratti realmente rappresentativi da quelli marginali, fornendo il parametro istituzionale necessario per applicare correttamente le disposizioni del decreto.Per saperne di più visita la pagina dedicata
Silver economy da 400 mld: l’Italia verso il 35% di over 65
Over 65 al 35% entro 2050: silver economy italiana da 400 mld euroL’Italia, secondo paese più longevo al mondo con un’aspettativa di vita di 83,7 anni, conta oggi 14 milioni persone con età superiore ai 65 anni, pari al 24,7% della popolazione. Entro il 2050, questa quota balzerà al 35%, trainando una silver economy da oltre 400 miliardi di euro annui di reddito spendibile e che vede gli over 65 detenere oltre il 50% della ricchezza netta nazionale e generare oltre il 35% dei consumi. Eppure, persiste un forte divario tra domanda emergente e offerta di servizi specializzati per anziani: telemedicina, assistenza domiciliare, long-term care e abitazioni age-friendly, solo per fare qualche esempio, restano sottosviluppati in Italia rispetto ad altri paesi europei.È il quadro emerso nel primo incontro “Longevity Talks – For a Long Lifefulness”, evento promosso da PwC Italia in collaborazione con MDConcierge tenutosi presso la Torre PwC di Milano. Un confronto multidisciplinare sui driver demografici, tecnologici ed economici che ridefiniscono la longevità con focus su sanità, silver economy, AI, prevenzione personalizzata, mondo farmaceutico, assicurazioni e lifelong care.Nel corso del suo intervento, Andrea Fortuna, Partner PwC Italia e Healthcare Pharmaceuticals & Life Sciences Leader, ha presentato i principali trend demografici del Paese e gli indicatori che confermano il forte divario tra Italia ed Europa nella diffusione di servizi “age-friendly”. E’ emerso che il tasso di adozione della telemedicina tra gli over-65 si ferma a circa il 10% in Italia, mentre è pari al 40% in Germania e al 34% in Francia. Il divario è marcato anche nell’utilizzo di strumenti digitali che è pari al 47% per gli over 65 italiani contro una media del 74% a livello UE. A livello abitativo, l’80% delle case italiane non risulta adeguato alle esigenze della popolazione anziana, evidenziando un potenziale di mercato annuo per interventi di ristrutturazione “age-friendly” pari a oltre 2 miliardi di euro. Anche nei servizi di home care emergono gap significativi: solo il 10% degli over 65 in Italia beneficia di cure domiciliari, rispetto a una media europea del 28%, mentre, per citare un esempio di servizio in Italia tutto da sviluppare, la diffusione dei servizi di consegna pasti per anziani si ferma all’1%, contro il 12% nel Regno Unito. Infine, in campo assicurativo, appena il 2% della popolazione in Italia ha sottoscritto una polizza privata Long Term Care per far fronte alla perdita di autosufficienza.Andrea Fortuna, Partner PwC Italia e Healthcare, Pharmaceuticals & Life Sciences Leader, ha spiegato: “In Italia, paese tra i più longevi al mondo, la popolazione over 65 passerà dal 24,7% attuale al 35% entro il 2050. Le imprese, non solo del settore della salute ma potenzialmente di numerosi altri comparti, devono saper cogliere il potenziale della silver economy. E questo non sarà un mercato di nicchia ma una riconfigurazione dell’intera economia focalizzata sulle crescenti esigenze di persone sempre più longeve. Solo così si trasformerà la sfida demografica in opportunità di crescita economica”.Durante la discussione i relatori hanno sottolineato come l’inverno demografico e l’allungamento della vita rendano sempre meno sostenibili approcci frammentati, portando al centro della discussione la necessità di valorizzare una vita più lunga, mantenendola attiva, sana e integrata nei processi economici e sociali.Alessandro Grandinetti, Partner PwC Italia, Clients and Markets Leader: “Con oggi inizia un percorso legato alla definizione di un ecosistema relativo al tema della longevità, formato da diversi settori: oltre alla sanità, la tecnologia, la farmaceutica e la nutraceutica, il wellness, le infrastrutture e il real estate dedicato. Tale ecosistema è il risultato dell'interpretazione tempestiva di un fenomeno ormai consolidato, fatto di calo demografico e allungamento della vita. L'obiettivo è progettare un nuovo comparto dell'economia che ha un valore potenziale molto rilevante, vista la situazione demografica dell'Italia: il tipico esempio di come trasformare un problema in una concreta opportunità”.