Commercialità ai fini PEX e società operanti nel settore energetico: Risposta a Interpello n.97/2026
Con la Risposta n. 97/2026, l’Agenzia delle Entrate ha valutato se le tre società veicolo (“Società Beta”), attive nello sviluppo di sistemi di accumulo energetico BESS, possedessero il requisito della commercialità previsto dall’art. 87, comma 1, lett. d) del TUIR, necessario per applicare il regime di participation exemption (PEX) alla plusvalenza generata dalla loro cessione da parte della holding Alfa.Le Società Beta, costituite nel marzo 2024 e interamente partecipate da Alfa, avevano acquisito da Gamma, altra società del gruppo, tre progetti BESS in fase embrionale. Gamma aveva già svolto tutte le attività preliminari: studi, ricerca dei siti, autorizzazioni e richieste di connessione alla rete. Dopo l’acquisizione, le Beta sono subentrate nei progetti, con Gamma impegnata a supportarle fino al raggiungimento dello stato “Ready to Build”. Una volta ottenuto tale status, Alfa ha ceduto le partecipazioni realizzando una plusvalenza.L’Agenzia, pur richiamando il principio secondo cui nel settore energetico anche le attività di sviluppo e autorizzazione possono costituire esercizio d’impresa, ha concluso che nel caso concreto il requisito della commercialità non risulta soddisfatto. Le ragioni principali sono:Le Società Beta non dispongono di una struttura operativa idonea, neppure potenziale, a soddisfare la domanda del mercato in tempi ragionevoli;le attività preparatorie e di sviluppo sono state svolte quasi integralmente da Gamma e da una società terza incaricata tramite accordo quadro, mentre le Beta non hanno svolto attività operative significative in proprio;Non sono state fornite informazioni su finanziamenti e tempistiche di realizzazione degli impianti.L' Agenzia ribadisce che, sebbene nel settore energetico le attività di start‑up possano integrare l’esercizio dell’impresa, esse devono essere direttamente riconducibili alla società ceduta, che deve essere dotata di una struttura operativa almeno potenzialmente idonea ad avviare il processo produttivo. Poiché ciò non avviene nel caso delle Società Beta, la plusvalenza realizzata da Alfa non può beneficiare del regime PEX.Per saperne di più visita la pagina dedicata
29ª Global CEO Survey - Consumer Markets Italia
La 29ª Global CEO Survey ha raccolto le risposte di 1.093 CEO del settore Consumer Markets (CM) nel mondo, di cui 39 in Italia. Il settore si trova oggi in un contesto caratterizzato da pressioni esogene, dalla polarizzazione delle minacce e da una crescente complessità competitiva.In questo scenario, i CEO italiani mostrano un atteggiamento più prudente rispetto ai colleghi internazionali: solo il 25% prevede una crescita del fatturato nei prossimi 12 mesi, a fronte di una fiducia globale leggermente più elevata. Questa cautela riflette sia fattori esterni sia fragilità interne.Dal punto di vista delle minacce, in Italia pesano soprattutto i dazi e l’instabilità macroeconomica, mentre a livello globale prevalgono i timori legati a conflitti geopolitici. A queste pressioni si aggiungono criticità interne rilevanti, tra cui emerge il tema della leadership, spesso percepita come non pienamente adeguata ad affrontare la complessità attuale, insieme alla difficoltà di gestire i costi del lavoro e alla lentezza della trasformazione tecnologica.Un limite importante è l’eccessiva focalizzazione sul breve termine: i CEO dedicano molto meno tempo a strategie di lungo periodo, riducendo così la capacità di innovare e prepararsi ai cambiamenti futuri. Questo si riflette anche su alcuni ostacoli operativi chiave:strutture organizzative poco efficienti;difficoltà nell’attrarre e trattenere talenti;processi burocratici complessi.Sul fronte dell’intelligenza artificiale, le aziende italiane mostrano un forte interesse ma un livello di adozione ancora limitato. Il divario rispetto ai benchmark globali è legato soprattutto alla mancanza di competenze, a una governance non ancora strutturata e a infrastrutture tecnologiche non sempre adeguate. Ne emerge una distanza significativa tra ambizione e capacità di esecuzione.Anche la cosiddetta “reinvention”, ovvero l’espansione verso nuovi settori e modelli di business, è ancora in fase iniziale in Italia. Tuttavia, cresce l’importanza delle operazioni di M&A, considerate una leva strategica per acquisire competenze, colmare gap tecnologici e accelerare la crescita.Nel complesso, il settore Consumer Markets italiano appare ricco di potenziale ma frenato da limiti strutturali. Per ridurre il divario con il contesto internazionale sarà fondamentale rafforzare la leadership, investire in tecnologia e competenze, semplificare i processi e adottare una visione più orientata al lungo periodo.Per saperne di più visita la pagina dedicata
Digital money in the Digital age
Come stanno cambiando le regole del gioco nei sistemi di pagamento digitali? Il nostro nuovo report Digital money in the Digital age analizza come stablecoin, tokenized deposits e Digital Euro stiano ridefinendo l’architettura dei pagamenti, con impatti concreti su modelli di business, politiche pubbliche e dinamiche competitive.Il denaro digitale sta trasformando rapidamente il sistema finanziario globale, spinto dall’evoluzione tecnologica e dalla crescente domanda di strumenti di pagamento più efficienti. Tra i principali protagonisti emergono le stablecoin, che stanno registrando una forte crescita in termini di utilizzo e volumi, e le valute digitali delle banche centrali (CBDC), sviluppate per garantire stabilità e controllo pubblico.Queste innovazioni stanno favorendo una progressiva integrazione tra finanza tradizionale e digitale, dando origine a un ecosistema ibrido in cui convivono diversi tipi di moneta. Allo stesso tempo, aumentano le sfide legate alla regolamentazione, alla sicurezza informatica, alla tutela della privacy e alla stabilità del sistema finanziario.Le banche centrali stanno assumendo un ruolo centrale nel guidare questa transizione, anche per preservare la sovranità monetaria in un contesto sempre più competitivo a livello globale. In parallelo, attori privati e grandi piattaforme tecnologiche stanno contribuendo ad accelerare l’innovazione, ridefinendo il modo in cui il valore viene trasferito e gestito.La diffusione del denaro digitale ha anche implicazioni geopolitiche, poiché alcuni Paesi stanno utilizzando queste tecnologie per rafforzare la propria influenza economica internazionale.Il successo di questo nuovo paradigma dipenderà dalla capacità di bilanciare innovazione e controllo, costruendo fiducia tra utenti, istituzioni e mercati. Le scelte adottate oggi saranno determinanti per delineare il futuro dei pagamenti e dell’intero sistema finanziario globale.Scarica il report per saperne di più
Dal civile alla difesa: Un nuovo approccio per filiere civili e infrastrutture critiche
Lo scenario internazionale sta cambiando e l’Europa sta ridefinendo il concetto di sicurezza, integrando sempre di più industria civile e difesa. Non è più solo il settore militare a garantire la sicurezza, ma anche infrastrutture, tecnologie e imprese civili.Questa convergenza crea nuove opportunità: settori come energia, telecomunicazioni, trasporti e automotive diventano parte attiva della sicurezza, favorendo innovazione e sviluppo industriale. In particolare per l’Italia, questo rappresenta una possibilità di crescita e rafforzamento del sistema produttivo.Agire subito è fondamentale perché la collaborazione tra civile e difesa è sempre più stretta e vantaggiosa: le imprese possono innovare, migliorare standard e accedere a nuove risorse, ma serve una visione strategica di lungo periodo.Un punto centrale è la protezione delle infrastrutture critiche (energia, reti digitali, trasporti), sempre più esposte a minacce ibride. Per questo diventa essenziale costruire sistemi integrati e resilienti, capaci di prevenire e gestire rischi, in linea con le normative europee.In questo contesto, la capacità di anticipare gli scenari futuri diventa un fattore competitivo decisivo. La collaborazione tra pubblico e privato assume un ruolo centrale nella costruzione di un sistema di sicurezza efficace. Investire oggi in resilienza significa garantire stabilità domani. Le imprese sono chiamate a evolvere, integrando competenze tecnologiche e visione strategica. Solo così sarà possibile affrontare un contesto globale sempre più complesso e interconnesso.Per saperne di più visita la pagina dedicata
Family Office Survey 2026
Il Family Office si conferma un attore centrale nella gestione della complessità patrimoniale e nella definizione di strategie di lungo periodo. In Italia, il settore appare in evoluzione, con un modello ancora prudente ma in progressiva sofisticazione e avvicinamento agli standard internazionali.Dal punto di vista dell’asset allocation (dicembre 2025), emerge una forte componente difensiva: circa il 36% del portafoglio è investito in obbligazioni, mentre il 25% è allocato in azioni. Le restanti quote si distribuiscono tra investimenti alternativi (8%), immobiliare (8%), altri investimenti (8%) e liquidità (8%), confermando un approccio orientato alla preservazione del capitale in un contesto ancora incerto.Parallelamente, cresce l’interesse verso i private markets, considerati sempre più strategici. In questo ambito si rafforza il ricorso a club deal e co-investimenti, strumenti che permettono di condividere il rischio, accedere a operazioni più complesse e valorizzare competenze complementari. In Italia, tali operazioni si distinguono anche per il forte ruolo delle relazioni di fiducia e dei network imprenditoriali.Per quanto riguarda gli investimenti diretti in società, prevale un approccio prudente e orientato alla minoranza: il 55% dei Family Office investe esclusivamente in quote di minoranza con logica opportunistica, mentre il 27% può investire sia in maggioranza sia in minoranza ma predilige comunque la minoranza. Solo il 5% investe esclusivamente in maggioranza, mentre un ulteriore 5% preferisce la maggioranza pur mantenendo flessibilità. Il 9% non effettua investimenti diretti.Un elemento distintivo del modello italiano è la centralità della dimensione generazionale. Il 51% dei patrimoni dei Single Family Office è detenuto dalla seconda generazione, il 24% dalla terza e il 22% dalla prima; solo il 2% riguarda generazioni successive. Questo evidenzia un crescente coinvolgimento della Next Gen nei processi decisionali.In questo contesto, il Family Office evolve da struttura tecnica a vera piattaforma di governance familiare, capace di integrare competenze finanziarie, gestione delle relazioni e trasmissione dei valori. Diventa quindi uno strumento chiave per il passaggio generazionale e la continuità patrimoniale.La tecnologia assume un ruolo sempre più strategico, soprattutto nelle attività di aggregazione, monitoraggio e reporting degli investimenti, spesso tramite soluzioni acquistate sul mercato. Cresce inoltre l’attenzione verso temi innovativi come intelligenza artificiale, sostenibilità, energia e transizione ambientale, segnando un’apertura sempre maggiore verso il futuro.Per saperne di più visita la pagina dedicata
Il contributo pubblico che riduce il prezzo del servizio non è sempre imponibile ai fini IVA
La sentenza n. 6969 del 23 marzo 2026 della Corte di Cassazione affronta nuovamente il tema del trattamento IVA dei contributi pubblici, recependo i principi elaborati dalla giurisprudenza dell’Unione europea e, in particolare, quelli espressi dalla Corte di Giustizia UE nella decisione dell’8 maggio 2025 (causa C-615/23).Il caso trae origine da una verifica dell’Agenzia delle Entrate relativa alle somme erogate dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Torino alla società Alfa per interventi sulla viabilità connessa al sistema autostradale tangenziale torinese. La società aveva qualificato tali somme come contributi a fondo perduto, considerandoli fuori campo IVA, mentre l’Amministrazione finanziaria riteneva che essi costituissero un’integrazione dei corrispettivi, in quanto destinati a calmierare i prezzi per gli utenti, e quindi imponibili.La Corte di Cassazione chiarisce che, per stabilire se un contributo pubblico sia soggetto a IVA, occorre analizzarne la funzione concreta e il rapporto con il prezzo del servizio. In particolare, una sovvenzione può essere considerata direttamente connessa al prezzo solo se incide effettivamente sul corrispettivo, consentendo al prestatore di offrire il servizio a un prezzo inferiore rispetto a quello che applicherebbe in assenza del contributo.Tuttavia, la Corte precisa che non è sufficiente che il contributo abbia un’influenza generica sul prezzo: è necessario un nesso diretto e specifico tra sovvenzione e prestazione. Tale nesso viene meno quando il servizio è rivolto a una collettività indistinta e non è possibile individuare i singoli utenti, né collegare il contributo al numero o all’identità dei fruitori.Richiamando la giurisprudenza unionale, la Cassazione individua tre condizioni affinché una sovvenzione sia imponibile: deve essere destinata a finanziare uno specifico servizio, deve determinare una riduzione proporzionale del prezzo per l’utente e deve essere quantificabile. In assenza di tali requisiti, il contributo non può essere considerato parte del corrispettivo e, quindi, non è soggetto a IVA.In conclusione, la pronuncia esclude automatismi e impone una valutazione caso per caso: le imprese che ricevono contributi devono verificare attentamente se esista un legame diretto tra le somme percepite e il prezzo praticato agli utenti, poiché solo in presenza di tale nesso il contributo assume rilevanza ai fini IVA.Per saperne di più visita la pagina dedicata
Licenziamento per GMO: crisi d’impresa, riorganizzazione e IA, legittimità confermata dal Tribunale di Roma
La sentenza del Tribunale di Roma n. 9135 del 19 novembre 2025 si inserisce nel solco della giurisprudenza consolidata in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ma assume particolare rilievo per l’applicazione di tali principi a un contesto economico e organizzativo contemporaneo, caratterizzato da crisi aziendali, processi di riorganizzazione e crescente utilizzo di tecnologie avanzate, tra cui l’intelligenza artificiale.La vicenda trae origine dal licenziamento di una lavoratrice, inquadrata al IV livello del CCNL Commercio, impiegata come graphic designer presso una società operante nel settore della sicurezza informatica. La dipendente ha impugnato il provvedimento sostenendo che la riorganizzazione aziendale fosse meramente pretestuosa, che le mansioni da lei svolte non fossero state effettivamente soppresse e che la società non avesse adempiuto all’obbligo di repêchage, ossia alla verifica della possibilità di una sua ricollocazione in altre posizioni compatibili.La società datrice di lavoro, dal canto suo, ha dimostrato in giudizio di attraversare una significativa crisi economico-finanziaria, documentata attraverso molteplici elementi, tra cui la riduzione progressiva dell’organico, la riorganizzazione dell’assetto societario e la scelta strategica di concentrare le risorse sul proprio core business, rappresentato dallo sviluppo software e dalle attività di cyber intelligence. In tale contesto, le attività di graphic design sono state dapprima accentrate e successivamente ridimensionate fino alla loro sostanziale eliminazione.Un elemento centrale della controversia riguarda il ricorso a strumenti di intelligenza artificiale, utilizzati per svolgere parte delle attività precedentemente affidate alla lavoratrice. Tali strumenti sono stati ritenuti idonei a garantire adeguati livelli di qualità, rapidità ed efficienza economica, contribuendo così alla decisione aziendale di sopprimere la posizione lavorativa.Il Tribunale ha rigettato integralmente il ricorso, ritenendo che la società avesse fornito piena prova sia della sussistenza delle ragioni economico-organizzative poste a fondamento del licenziamento, sia del nesso causale tra tali ragioni e la soppressione della specifica posizione lavorativa. Il giudice ha richiamato il principio consolidato secondo cui le scelte imprenditoriali in materia organizzativa sono insindacabili nel merito, purché non risultino pretestuose.Nel caso concreto, è stata riconosciuta la legittimità della decisione aziendale di disinvestire in settori non più strategici, come il design e il marketing, per concentrare le risorse su ambiti ritenuti essenziali. In questa prospettiva, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale è stato implicitamente qualificato come una valida ragione organizzativa, funzionale all’efficientamento e alla riduzione dei costi.Il Tribunale ha inoltre ritenuto dimostrato il collegamento tra la crisi economica, la riorganizzazione aziendale e i licenziamenti, evidenziando come tali misure fossero necessarie per garantire la continuità aziendale e salvaguardare l’occupazione residua.Con riferimento all’obbligo di repêchage, il giudice ha ribadito che l’onere della prova può essere assolto anche in via presuntiva. Nel caso di specie, tale obbligo è stato considerato adempiuto in ragione della scelta aziendale di abbandonare il settore del design, della riduzione complessiva del personale e dell’assenza di posizioni alternative compatibili con la professionalità della lavoratrice. In particolare, è stata esclusa la fungibilità tra il ruolo di graphic designer e quello di web designer (UX/UI), ritenuto più tecnico e specialistico.In conclusione, la sentenza si distingue per aver riconosciuto espressamente il ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi di riorganizzazione aziendale, confermandone la rilevanza come fattore legittimo nella soppressione di posizioni lavorative, purché inserito in un contesto di effettiva crisi e coerente con scelte imprenditoriali non pretestuose.Per saperne di più visita la pagina dedicata
Oltre Hormuz: la rete delle alternative regionali
Dal 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno avviato una serie di attacchi coordinati contro obiettivi in Iran, colpendo funzionari, strutture militari e infrastrutture strategiche. L’operazione ha dato inizio a un conflitto su scala regionale che coinvolge l’intero Medio Oriente, in particolare l’area del Golfo Persico e del Golfo dell’Oman. L’Iran ha risposto con operazioni militari proprie, intensificando rapidamente lo scontro.Uno degli effetti più immediati è stato il blocco dello Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il commercio globale di energia. L’Iran ha minacciato e colpito navi in transito, riducendo drasticamente il traffico marittimo. Il flusso di petrolio e gas è crollato fino all’80% nei primi giorni, con petroliere danneggiate, navi ferme e mine disseminate nell’area.Il blocco ha causato un accumulo di imbarcazioni e un quasi collasso della navigazione. Anche le compagnie assicurative hanno reagito, ritirando le coperture per le navi nella zona o aumentando enormemente i costi, aggravando ulteriormente la crisi dei trasporti.Contemporaneamente, numerose infrastrutture energetiche sono state colpite o chiuse per sicurezza. Impianti fondamentali in Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Israele e Iran hanno subito danni o sospensioni delle attività. Questo ha ridotto in modo significativo la produzione globale di petrolio e gas.Anche altri impianti strategici non energetici, come strutture di desalinizzazione e infrastrutture aeroportuali, sono stati attaccati, ampliando l’impatto del conflitto su servizi essenziali.La combinazione tra blocco marittimo, riduzione della produzione e difficoltà assicurative ha generato uno shock simultaneo sull’offerta e sul trasporto di energia a livello globale. Le conseguenze sui mercati sono state immediate: i prezzi del gas sono aumentati rapidamente, con forti ripercussioni soprattutto in Europa.In caso di blocco prolungato, si prevede un ulteriore aumento dei prezzi, con livelli simili a quelli raggiunti durante la crisi energetica del 2022. L’Europa risulta particolarmente vulnerabile, poiché potrebbe perdere parte delle forniture di GNL, sia per la riduzione delle esportazioni dal Medio Oriente sia per il possibile dirottamento delle forniture verso l’Asia.L’Italia è tra i Paesi più esposti, data la sua dipendenza dalle importazioni di gas. Anche se le scorte potrebbero mitigare temporaneamente gli effetti, nel lungo periodo il problema resterebbe significativo.Esistono alcune infrastrutture alternative allo Stretto di Hormuz, come oleodotti in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che permettono di aggirare il passaggio marittimo. Tuttavia, la loro capacità è limitata e non sufficiente a compensare i volumi normalmente trasportati attraverso lo Stretto.Altre opzioni, come le pipeline irachene o iraniane, risultano inattive, instabili o non utilizzabili nel contesto del conflitto. Nel complesso, manca un’alternativa concreta in grado di sostituire il ruolo dello Stretto.La crisi evidenzia quindi la fragilità strutturale del sistema energetico globale, fortemente dipendente da pochi snodi strategici. Quando questi vengono interrotti, l’intero sistema entra in difficoltà.Per le imprese, soprattutto italiane, la situazione rappresenta un rischio operativo e strategico rilevante, con impatti su energia, logistica, industria e servizi.Di conseguenza, diventa fondamentale adottare strategie di adattamento: diversificare le fonti di approvvigionamento, aumentare le scorte, sviluppare partnership alternative e integrare i rischi geopolitici nelle decisioni aziendali.In un contesto globale instabile, la capacità di pianificare e reagire agli shock energetici diventa un elemento chiave di competitività e resilienza nel lungo periodo.Per saperne di più visita la pagina dedicata
From Civil to Defence: Funding and Financing for European Readiness
Europe is entering a new phase of defence readiness, driven by increasing geopolitical pressures and the urgent need to strengthen industrial capacity, speed up innovation, and reduce strategic dependencies.EU and national funding and financial instruments for defence and dual-use technologies are evolving rapidly. Civil programmes are increasingly opening to defence-relevant applications, new defence-dedicated tools are being introduced, and private capital is becoming more active in the sector. In its position paper “From Civil to Defence: Funding and Financing Support to European Readiness,” PwC provides a practical overview of this changing landscape. The paper highlights how the EU funding and financing architecture is gradually shifting from a fragmented system toward a more coordinated approach aimed at strengthening European readiness. This evolving framework supports the full innovation and industrial lifecycle, from research and development and dual-use technologies to industrial scale-up, infrastructure investment and joint procurement. The analysis also explores several key developments shaping the ecosystem, including the evolution of EU defence funding across the 2021–2027 and 2028–2034 Multiannual Financial Frameworks, the opening of programmes such as Horizon Europe, Digital Europe and Cohesion Funds to dual-use and defence-relevant projects, and the launch of new instruments such as EDIP, SAFE loans and the European Competitiveness Fund. At the same time, commercial banks, national promotional banks and the European Investment Bank are becoming increasingly engaged, while private investment in defence and dual-use technologies continues to grow across Europe. Through this paper, PwC outlines the main trends and the key factors organisations should consider when preparing to access funding and financing opportunities, helping companies position their projects effectively within the evolving European defence and dual-use ecosystem.To learn more, visit the dedicated page