• Tax

Licenziamento per GMO: crisi d’impresa, riorganizzazione e IA, legittimità confermata dal Tribunale di Roma

La sentenza del Tribunale di Roma n. 9135 del 19 novembre 2025 si inserisce nel solco della giurisprudenza consolidata in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ma assume particolare rilievo per l’applicazione di tali principi a un contesto economico e organizzativo contemporaneo, caratterizzato da crisi aziendali, processi di riorganizzazione e crescente utilizzo di tecnologie avanzate, tra cui l’intelligenza artificiale.La vicenda trae origine dal licenziamento di una lavoratrice, inquadrata al IV livello del CCNL Commercio, impiegata come graphic designer presso una società operante nel settore della sicurezza informatica. La dipendente ha impugnato il provvedimento sostenendo che la riorganizzazione aziendale fosse meramente pretestuosa, che le mansioni da lei svolte non fossero state effettivamente soppresse e che la società non avesse adempiuto all’obbligo di repêchage, ossia alla verifica della possibilità di una sua ricollocazione in altre posizioni compatibili.La società datrice di lavoro, dal canto suo, ha dimostrato in giudizio di attraversare una significativa crisi economico-finanziaria, documentata attraverso molteplici elementi, tra cui la riduzione progressiva dell’organico, la riorganizzazione dell’assetto societario e la scelta strategica di concentrare le risorse sul proprio core business, rappresentato dallo sviluppo software e dalle attività di cyber intelligence. In tale contesto, le attività di graphic design sono state dapprima accentrate e successivamente ridimensionate fino alla loro sostanziale eliminazione.Un elemento centrale della controversia riguarda il ricorso a strumenti di intelligenza artificiale, utilizzati per svolgere parte delle attività precedentemente affidate alla lavoratrice. Tali strumenti sono stati ritenuti idonei a garantire adeguati livelli di qualità, rapidità ed efficienza economica, contribuendo così alla decisione aziendale di sopprimere la posizione lavorativa.Il Tribunale ha rigettato integralmente il ricorso, ritenendo che la società avesse fornito piena prova sia della sussistenza delle ragioni economico-organizzative poste a fondamento del licenziamento, sia del nesso causale tra tali ragioni e la soppressione della specifica posizione lavorativa. Il giudice ha richiamato il principio consolidato secondo cui le scelte imprenditoriali in materia organizzativa sono insindacabili nel merito, purché non risultino pretestuose.Nel caso concreto, è stata riconosciuta la legittimità della decisione aziendale di disinvestire in settori non più strategici, come il design e il marketing, per concentrare le risorse su ambiti ritenuti essenziali. In questa prospettiva, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale è stato implicitamente qualificato come una valida ragione organizzativa, funzionale all’efficientamento e alla riduzione dei costi.Il Tribunale ha inoltre ritenuto dimostrato il collegamento tra la crisi economica, la riorganizzazione aziendale e i licenziamenti, evidenziando come tali misure fossero necessarie per garantire la continuità aziendale e salvaguardare l’occupazione residua.Con riferimento all’obbligo di repêchage, il giudice ha ribadito che l’onere della prova può essere assolto anche in via presuntiva. Nel caso di specie, tale obbligo è stato considerato adempiuto in ragione della scelta aziendale di abbandonare il settore del design, della riduzione complessiva del personale e dell’assenza di posizioni alternative compatibili con la professionalità della lavoratrice. In particolare, è stata esclusa la fungibilità tra il ruolo di graphic designer e quello di web designer (UX/UI), ritenuto più tecnico e specialistico.In conclusione, la sentenza si distingue per aver riconosciuto espressamente il ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi di riorganizzazione aziendale, confermandone la rilevanza come fattore legittimo nella soppressione di posizioni lavorative, purché inserito in un contesto di effettiva crisi e coerente con scelte imprenditoriali non pretestuose.Per saperne di più visita la pagina dedicata

  • Other

Oltre Hormuz: la rete delle alternative regionali

Dal 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno avviato una serie di attacchi coordinati contro obiettivi in Iran, colpendo funzionari, strutture militari e infrastrutture strategiche. L’operazione ha dato inizio a un conflitto su scala regionale che coinvolge l’intero Medio Oriente, in particolare l’area del Golfo Persico e del Golfo dell’Oman. L’Iran ha risposto con operazioni militari proprie, intensificando rapidamente lo scontro.Uno degli effetti più immediati è stato il blocco dello Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il commercio globale di energia. L’Iran ha minacciato e colpito navi in transito, riducendo drasticamente il traffico marittimo. Il flusso di petrolio e gas è crollato fino all’80% nei primi giorni, con petroliere danneggiate, navi ferme e mine disseminate nell’area.Il blocco ha causato un accumulo di imbarcazioni e un quasi collasso della navigazione. Anche le compagnie assicurative hanno reagito, ritirando le coperture per le navi nella zona o aumentando enormemente i costi, aggravando ulteriormente la crisi dei trasporti.Contemporaneamente, numerose infrastrutture energetiche sono state colpite o chiuse per sicurezza. Impianti fondamentali in Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Israele e Iran hanno subito danni o sospensioni delle attività. Questo ha ridotto in modo significativo la produzione globale di petrolio e gas.Anche altri impianti strategici non energetici, come strutture di desalinizzazione e infrastrutture aeroportuali, sono stati attaccati, ampliando l’impatto del conflitto su servizi essenziali.La combinazione tra blocco marittimo, riduzione della produzione e difficoltà assicurative ha generato uno shock simultaneo sull’offerta e sul trasporto di energia a livello globale. Le conseguenze sui mercati sono state immediate: i prezzi del gas sono aumentati rapidamente, con forti ripercussioni soprattutto in Europa.In caso di blocco prolungato, si prevede un ulteriore aumento dei prezzi, con livelli simili a quelli raggiunti durante la crisi energetica del 2022. L’Europa risulta particolarmente vulnerabile, poiché potrebbe perdere parte delle forniture di GNL, sia per la riduzione delle esportazioni dal Medio Oriente sia per il possibile dirottamento delle forniture verso l’Asia.L’Italia è tra i Paesi più esposti, data la sua dipendenza dalle importazioni di gas. Anche se le scorte potrebbero mitigare temporaneamente gli effetti, nel lungo periodo il problema resterebbe significativo.Esistono alcune infrastrutture alternative allo Stretto di Hormuz, come oleodotti in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che permettono di aggirare il passaggio marittimo. Tuttavia, la loro capacità è limitata e non sufficiente a compensare i volumi normalmente trasportati attraverso lo Stretto.Altre opzioni, come le pipeline irachene o iraniane, risultano inattive, instabili o non utilizzabili nel contesto del conflitto. Nel complesso, manca un’alternativa concreta in grado di sostituire il ruolo dello Stretto.La crisi evidenzia quindi la fragilità strutturale del sistema energetico globale, fortemente dipendente da pochi snodi strategici. Quando questi vengono interrotti, l’intero sistema entra in difficoltà.Per le imprese, soprattutto italiane, la situazione rappresenta un rischio operativo e strategico rilevante, con impatti su energia, logistica, industria e servizi.Di conseguenza, diventa fondamentale adottare strategie di adattamento: diversificare le fonti di approvvigionamento, aumentare le scorte, sviluppare partnership alternative e integrare i rischi geopolitici nelle decisioni aziendali.In un contesto globale instabile, la capacità di pianificare e reagire agli shock energetici diventa un elemento chiave di competitività e resilienza nel lungo periodo.Per saperne di più visita la pagina dedicata

  • Other

From Civil to Defence: Funding and Financing for European Readiness

Europe is entering a new phase of defence readiness, driven by increasing geopolitical pressures and the urgent need to strengthen industrial capacity, speed up innovation, and reduce strategic dependencies.EU and national funding and financial instruments for defence and dual-use technologies are evolving rapidly. Civil programmes are increasingly opening to defence-relevant applications, new defence-dedicated tools are being introduced, and private capital is becoming more active in the sector. In its position paper “From Civil to Defence: Funding and Financing Support to European Readiness,” PwC provides a practical overview of this changing landscape. The paper highlights how the EU funding and financing architecture is gradually shifting from a fragmented system toward a more coordinated approach aimed at strengthening European readiness. This evolving framework supports the full innovation and industrial lifecycle, from research and development and dual-use technologies to industrial scale-up, infrastructure investment and joint procurement. The analysis also explores several key developments shaping the ecosystem, including the evolution of EU defence funding across the 2021–2027 and 2028–2034 Multiannual Financial Frameworks, the opening of programmes such as Horizon Europe, Digital Europe and Cohesion Funds to dual-use and defence-relevant projects, and the launch of new instruments such as EDIP, SAFE loans and the European Competitiveness Fund. At the same time, commercial banks, national promotional banks and the European Investment Bank are becoming increasingly engaged, while private investment in defence and dual-use technologies continues to grow across Europe. Through this paper, PwC outlines the main trends and the key factors organisations should consider when preparing to access funding and financing opportunities, helping companies position their projects effectively within the evolving European defence and dual-use ecosystem.To learn more, visit the dedicated page

  • Other

PwC Global & Italian M&A Trends Real Estate e Outlook 2026

Nel 2025, il mercato immobiliare italiano ha evidenziato una performance particolarmente solida, raggiungendo volumi di investimento superiori a 12,6 miliardi di euro, il valore più elevato registrato negli ultimi sei anni.Secondo il PwC Global & Italian M&A Trends Real Estate e Outlook 2026, nel 2025 il mercato immobiliare italiano ha registrato una performance solida, con volumi di investimento superiori a 12,6 miliardi di euro, il livello più alto degli ultimi sei anni e in crescita del 28% rispetto al 2024. Il risultato è stato sostenuto da un quarto trimestre particolarmente dinamico, che da solo ha generato circa 4,5 miliardi di euro di investimenti.Tra le diverse asset class, il retail si è confermato il principale segmento per volumi, con 3,5 miliardi di euro nel 2025 e una crescita del 49% su base annua. Il settore hospitality ha registrato investimenti per circa 2,4 miliardi di euro (+20%), sostenuti soprattutto da operazioni di riconversione di immobili di pregio in strutture ricettive di lusso rivolte a una clientela internazionale. Anche la logistica ha proseguito il proprio percorso di crescita, raggiungendo 2,2 miliardi di euro di investimenti (+29%), grazie alla forte domanda di asset core da parte degli investitori internazionali.Il comparto office ha mostrato segnali di ripresa nel quarto trimestre, con circa 700 milioni di euro di investimenti, anche se il totale annuo si attesta a 2 miliardi di euro, registrando una lieve flessione rispetto al 2024. Milano si conferma il principale mercato di riferimento, seguita da Roma. Parallelamente, i segmenti living e alternative stanno acquisendo un peso crescente nelle strategie degli investitori, con 2,5 miliardi di euro complessivi di investimenti (+51%). In particolare, lo student housing ha visto raddoppiare i volumi, mentre comparti come healthcare e data center continuano ad attrarre capitale.A livello europeo, l’indagine Emerging Trends in Real Estate Europe 2026 realizzata da PwC e ULI evidenzia come i flussi di capitale si stiano orientando verso mercati considerati più resilienti. In questo contesto Milano si posiziona al 7° posto tra le città europee per prospettive di investimento, superando città come Barcellona, Francoforte e Amburgo, mentre Roma sale al 16° posto, grazie alla carenza di uffici prime e alle opportunità nel segmento residenziale.Guardando ai prossimi anni, lo studio individua nei data center il segmento con le migliori prospettive di investimento per il 2026, seguito dalle nuove infrastrutture energetiche e dagli alloggi per studenti. Anche comparti come appartamenti serviti e sanità mostrano prospettive positive, riflettendo l’evoluzione della domanda verso asset alternativi e infrastrutture strategiche.Il contesto macrofinanziario resta un fattore determinante. Dopo la fase di rialzo dei tassi tra il 2022 e il 2023, il mercato ha registrato una compressione dello spread tra cap rate e tasso risk-free, dovuta alla stabilizzazione dei rendimenti obbligazionari. Questo scenario riduce il premio di illiquidità e rende più selettive le decisioni di investimento, spingendo gli operatori a concentrarsi su asset con fondamentali solidi, come posizione, qualità dei conduttori e conformità agli standard ESG.Il mercato mostra inoltre una crescente polarizzazione tra asset core e strategie value-add. Sebbene queste ultime restino diffuse (47% degli operatori), si osserva una ripresa delle strategie core, oggi preferite dal 38% degli investitori, rispetto al 21% del 2024.Come sottolinea Antonio Martino, Partner PwC Italia e Real Estate Advisory Leader, in un contesto caratterizzato da spread più contenuti le opportunità di generare valore attraverso la compressione dei rendimenti risultano limitate. La performance degli investimenti dipenderà quindi soprattutto dalla crescita dei canoni di locazione e da una gestione attiva degli asset, attraverso attività di riposizionamento, rilocazione e ottimizzazione dei costi.Anche sul fronte della leva finanziaria è attesa maggiore prudenza. Con spread più ridotti, aumenti anche contenuti del costo del capitale possono incidere sulla redditività degli investimenti. Per questo motivo è probabile che gli operatori adottino rapporti loan-to-value più contenuti, preservando maggiore flessibilità finanziaria in un contesto di mercato più selettivo.Per saperne di più visita la pagina dedicata

  • Information Technology

Value in Motion, lo studio di PwC

Secondo lo studio “Value in Motion” di PwC, l’intelligenza artificiale potrebbe avere sull’economia mondiale un impatto paragonabile a quello della Seconda rivoluzione industriale. L’adozione su larga scala di queste tecnologie potrebbe infatti portare il PIL globale a crescere fino al 15% entro il 2035 rispetto ai livelli attuali, equivalenti a circa un punto percentuale di crescita economica aggiuntiva all’anno rispetto alle tendenze recenti. Tuttavia, questo risultato non è scontato: se la fiducia nelle nuove tecnologie e la qualità della governance restassero limitate, l’aumento del PIL potrebbe ridursi all’8% o, nello scenario più pessimista, fermarsi intorno all’1%.Il report evidenzia che queste stime riflettono una profonda riconfigurazione dell’economia globale. PwC stima che già nel 2025 circa 7,1 trilioni di dollari di flussi di cassa potrebbero spostarsi tra settori e aree geografiche, con il valore economico che tenderà a concentrarsi nelle aziende capaci di sviluppare piattaforme tecnologiche e modelli di business cross-settore. Tra i comparti più dinamici emergono, oltre all’intelligenza artificiale, la mobilità elettrica e le smart city, dove convergono industrie diverse, dalle utility alle infrastrutture digitali, fino alle telecomunicazioni e alla cybersecurity. Il Business Model Reinvention Pressure Index elaborato da PwC conferma questa tendenza, stimando oltre 7.000 miliardi di euro di ricavi “in movimento” tra settori.Uno dei principali canali attraverso cui l’IA potrebbe sostenere la crescita è la produttività. Secondo PwC, i settori con una maggiore penetrazione dell’intelligenza artificiale registrano incrementi di produttività quasi cinque volte superiori rispetto ai comparti meno digitalizzati. Allo stesso tempo, i ruoli che richiedono competenze legate all’IA possono ottenere premi salariali fino al 25%, segnalando come il valore generato non derivi solo dall’automazione ma anche dall’aumento del valore aggiunto per lavoratore. Oggi le applicazioni più mature dell’IA si concentrano in finanza, sanità, manifattura e servizi, dove il digitale tende ad amplificare le capacità umane. Tuttavia, senza programmi di reskilling e politiche del lavoro adeguate, il vantaggio competitivo rischia di concentrarsi in poche grandi imprese.Il report evidenzia anche alcuni fattori di rischio. Il primo riguarda la fiducia nelle tecnologie: attualmente solo un CEO su otto dichiara di aver ottenuto benefici economici misurabili dai progetti di intelligenza artificiale, segno che molte iniziative restano ancora sperimentali o frammentate. Senza una solida base di dati, infrastrutture sicure e un quadro normativo chiaro, l’adozione dell’IA potrebbe rimanere confinata a progetti pilota. Come ha osservato Alessandro Grandinetti, Partner di PwC Italia, «nell’era dell’IA l’immobilismo non paga»: le organizzazioni che riusciranno a scalare rapidamente modelli affidabili e trasparenti saranno quelle in grado di generare valore.Un ulteriore elemento che potrebbe limitare il dividendo economico dell’IA è rappresentato dal cambiamento climatico. Le simulazioni di PwC indicano che i rischi climatici potrebbero ridurre l’economia globale fino al 7% entro il 2035 rispetto a uno scenario senza shock ambientali. Inoltre, la diffusione dell’intelligenza artificiale comporterà un aumento dei consumi energetici dei data center, con una domanda di energia prevista in crescita tra il 18% e il 21% nel prossimo decennio. Per questo motivo, l’IA dovrà diventare anche parte della soluzione, contribuendo a ottimizzare reti energetiche, logistica e processi industriali per ridurre emissioni, sprechi e costi energetici.Infine, lo studio evidenzia alcune implicazioni per Italia ed Europa. Nel nostro Paese molti CEO prevedono una crescita dell’economia globale ma riconoscono di non aver ancora trasformato l’adozione dell’IA in benefici concreti per le proprie aziende, pur vedendo nella transizione verso Industria 5.0 un importante motore di sviluppo. L’Italia dispone tuttavia di alcuni punti di forza, tra cui una filiera avanzata nelle energie rinnovabili, una forte cultura del riciclo e una significativa capacità computazionale nel contesto europeo. La sfida sarà supportare PMI e grandi imprese nella trasformazione dei modelli di business e investire in competenze e infrastrutture digitali sostenibili, integrando politiche industriali, regolamentazione dell’IA e strategie ESG. Solo così la crescita delineata dal report “Value in Motion” di PwC potrà tradursi in un vantaggio economico duraturo.

  • Other

PwC Global & Italian M&A trends Consumer Markets

Le aziende Consumer stanno rivedendo i loro portafogli con l’obiettivo di dismettere brand e business che mancano di scala o non rientrano più nelle priorità strategiche, per aumentare gli investimenti sui brand in crescita o che permettono di acquisire un chiaro vantaggio competitivo.Il mercato globale delle fusioni e acquisizioni nel settore Consumer ha chiuso il 2025 con volumi complessivamente stabili, ma con una forte crescita del valore delle operazioni. Secondo le analisi PwC, il valore complessivo dei deal ha raggiunto 380 miliardi di dollari, segnando un incremento del 32% su base annua, trainato soprattutto da mega-operazioni negli Stati Uniti. In questo contesto, l’Italia si è distinta con una dinamica particolarmente positiva, registrando un aumento sia nel numero di operazioni sia nel valore complessivo delle transazioni.Nel mercato italiano, il valore dei deal ha raggiunto 9,4 miliardi di dollari, con una crescita del 38% rispetto al 2024, mentre i volumi sono aumentati del 17%. Il risultato è stato sostenuto anche dalla presenza di quattro operazioni con valore superiore al miliardo di euro, che hanno contribuito a rafforzare il peso dell’Italia nel panorama europeo del settore Consumer.Come sottolinea Emanuela Pettenò, Partner PwC Italia e Consumer Markets Leader, le strategie degli operatori si stanno orientando sempre più verso brand globali e piattaforme scalabili, capaci di operare con efficienza sui mercati internazionali grazie a modelli operativi più snelli. In questo scenario, nel 2026 è attesa un’accelerazione delle operazioni di spin-off e carve-out da parte delle grandi corporate, che potrebbero attrarre l’interesse di operatori strategici, fondi di private equity e investitori specializzati in operazioni di distressed M&A.Nonostante l’aumento dei deal annunciati in Italia, arrivati a 416 operazioni, si è registrato un lieve rallentamento nel numero di transazioni effettivamente concluse. Il Private Equity continua comunque a svolgere un ruolo centrale nel mercato, rappresentando circa il 44% delle operazioni complessive, per un valore pari a 3,3 miliardi di dollari. Tra le operazioni più significative spicca l’acquisizione della maggioranza del marchio Golden Goose da parte del fondo cinese HSG, con una valutazione di circa 2,5 miliardi di dollari.Dal punto di vista settoriale, il 2025 ha evidenziato trasformazioni rilevanti all’interno del comparto Consumer. Nel Fashion, pur in un contesto di rallentamento della domanda, si sono affermate operazioni orientate alla crescita dimensionale e al consolidamento tra grandi brand. Il settore Food & Beverage ha invece visto numerose multinazionali impegnate nel riposizionamento dei propri portafogli, con la dismissione di marchi locali e una maggiore concentrazione su brand globali e prodotti legati ai trend di salutismo e convenienza. Al contrario, comparti come Beauty e Consumer Health hanno dimostrato una forte resilienza, sostenuti dall’invecchiamento della popolazione e dal crescente interesse dei consumatori per il benessere personale.Le prospettive per il 2026 indicano un possibile rafforzamento dell’attività di M&A nel settore Consumer, favorito da un contesto macroeconomico più stabile e dall’attesa di ulteriori riduzioni dei tassi di interesse. Tra le strategie più rilevanti emergono la razionalizzazione dei portafogli aziendali tramite carve-out di attività non core e una crescita delle operazioni di take-private. La sottovalutazione di molte società quotate, in particolare nei settori Retail e Fashion, potrebbe infatti spingere i fondi di private equity a procedere con operazioni di delisting su brand solidi ma temporaneamente sotto pressione.Per saperne di più visita la pagina dedicata

  • Legal

USA – Sentenza IEEPA: implicazioni operative, sviluppi recenti e priorità per le Imprese Italiane

La Corte Suprema USA ha stabilito che l’IEEPA non è una base giuridica valida per imporre dazi, riaffermando che il potere tariffario spetta al Congresso. Di conseguenza, i dazi introdotti esclusivamente su tale base (inclusi i “reciprocal tariffs”) presentano un rischio giuridico strutturale. La decisione non riguarda invece le misure adottate ai sensi della Section 232 o della Section 301.Sugli effetti retroattivi la Corte non si è espressa: non sono previsti rimborsi automatici e le eventuali richieste, in capo all’importer of record, si prospettano lunghe e complesse. Il fattore tempo sarà cruciale per limitare il rischio di “value leakage”.L’Amministrazione USA ha reagito introducendo un dazio temporaneo del 10% per 150 giorni ai sensi della Section 122 (con possibile aumento al 15%), chiudendo formalmente le misure IEEPA ma spostando il rischio su nuove basi giuridiche. Il nuovo dazio ha un perimetro ampio ma con esclusioni rilevanti (tra cui energia, alcune materie prime, farmaci, specifiche categorie elettroniche e beni già soggetti a Section 232, oltre ai prodotti USMCA-compliant).Nel complesso, il rischio tariffario non viene eliminato ma cambia natura: meno misure generalizzate d’emergenza e più interventi mirati e settoriali.Per i gruppi italiani attivi negli USA le priorità sono:valutare l’esposizione alle importazioni interessate;definire una strategia sui potenziali rimborsi;analizzare impatti economici, contrattuali e fiscali;monitorare l’evoluzione normativa (Section 122, 232, 301);coordinare funzioni doganali, legali, fiscali e supply chain.Per saperne di più visita la pagina dedicata

  • Other

2025 e Outlook 2026 PwC Global and Italian M&A trends

Il mercato M&A mostra segnali di ripresa nel 2025, trainato dai mega‑deal e dall’intelligenza artificiale, che sta ridisegnando strategie, investimenti e criteri valutativi. In Italia cresce il numero di operazioni annunciate, con Financial Services in forte espansione, ma calano quelle chiuseNel corso del 2025 il mercato globale delle operazioni di fusione e acquisizione ha mostrato segnali di progressiva ripresa dopo una fase caratterizzata da incertezza macroeconomica e volatilità. A fronte di un numero complessivo di operazioni sostanzialmente stabile, il valore totale delle transazioni è cresciuto in maniera significativa, evidenziando una forte concentrazione nei mega-deal e nelle operazioni strategiche di maggiore dimensione. Questa dinamica riflette un contesto in cui le aziende privilegiano acquisizioni mirate, capaci di generare trasformazioni strutturali e vantaggi competitivi di lungo periodo, piuttosto che un aumento generalizzato dei volumi.Tra i principali driver del mercato emerge il ruolo sempre più centrale dell’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo le strategie di investimento e i criteri di valutazione aziendale. L’AI rappresenta al tempo stesso un ambito di investimento diretto e un fattore abilitante che influenza l’intero processo di dealmaking, dalla selezione dei target alla due diligence fino alle decisioni strategiche post-acquisizione. Gli ingenti investimenti previsti nelle infrastrutture tecnologiche e digitali potrebbero nel breve periodo assorbire parte della liquidità disponibile, ma nel medio-lungo termine sono destinati a favorire una nuova fase di crescita del mercato grazie all’aumento della produttività e dell’innovazione.Dal punto di vista geografico, il mercato continua a essere guidato dalle economie più mature, mentre diverse aree emergenti mostrano segnali di rafforzamento e maggiore dinamismo. A livello settoriale, tecnologia, servizi finanziari e industria manifatturiera si confermano tra i comparti più attivi, con operazioni spesso orientate all’acquisizione di competenze digitali, innovazione e capacità operative strategiche.In Italia si osserva un incremento delle operazioni annunciate e del valore complessivo delle transazioni, a conferma di un rinnovato interesse da parte degli investitori strategici e finanziari. Tuttavia, il numero di deal completati evidenzia una contrazione, dovuta anche a tempistiche di esecuzione più lunghe e a un contesto ancora selettivo. I servizi finanziari rappresentano uno dei principali motori dell’attività M&A nazionale, affiancati da altri settori dinamici come le health industries e le operazioni di maggiore dimensione, che contribuiscono in modo significativo al valore complessivo del mercato.Il quadro macroeconomico rimane un fattore determinante per l’evoluzione futura. Le aspettative di graduale riduzione dei tassi di interesse e una maggiore stabilizzazione del contesto economico potrebbero favorire un incremento dell’attività nei prossimi mesi, mentre le tensioni geopolitiche e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento continuano a influenzare le strategie aziendali. In questo scenario, le acquisizioni vengono sempre più utilizzate come leva per accelerare la trasformazione digitale, entrare in nuovi mercati e rafforzare la resilienza operativa.Le prospettive per il 2026 indicano una prosecuzione dell’attività M&A, con operazioni sempre più selettive e orientate alla creazione di valore strategico. L’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale continueranno a rappresentare i principali fattori di trasformazione, contribuendo a ridefinire le priorità degli investitori e le dinamiche competitive del mercato.Per sapere di più visita la pagina dedicata

  • Other

Direct Reporting - Provvedimento della Banca d'Italia 2016/02/16

Il Direct Reporting è il sistema di segnalazioni statistiche richiesto dalla Banca d’Italia alle imprese residenti per raccogliere informazioni economiche e finanziarie rilevanti ai fini delle analisi macroeconomiche, della politica monetaria e del monitoraggio della stabilità finanziaria, in coordinamento con la Banca Centrale Europea e il Sistema Europeo delle Banche Centrali. Come evidenziato dal report di PwC, le imprese soggette agli obblighi di segnalazione vengono individuate sulla base di specifici criteri, tra cui dimensione aziendale, fatturato, struttura societaria e livello di internazionalizzazione, e ricevono un profilo segnaletico che definisce contenuti e periodicità delle comunicazioni richieste.Gli aggiornamenti introdotti con l’edizione di dicembre 2025, applicabili a partire da marzo 2026, mirano a migliorare la qualità e il livello di dettaglio delle informazioni raccolte. In particolare, viene rafforzata la rilevazione delle transazioni relative ai servizi, con maggiore focus sulle operazioni infragruppo e su quelle connesse agli intangibili e alla proprietà intellettuale. Contestualmente viene recepita la nuova classificazione ATECO 2025 e vengono richiesti ulteriori dettagli sulle operazioni di ristrutturazione societaria. Tra gli adempimenti preliminari assume rilievo l’aggiornamento della rubrica delle partecipazioni, che deve essere allineata ai nuovi standard classificatori.Il sistema prevede diverse tipologie di segnalazioni, tra cui quelle relative agli eventi finanziari mensili, alle operazioni finanziarie mensili (come prestiti, depositi e strumenti derivati), alle consistenze finanziarie annuali verso controparti estere e alle transazioni trimestrali non finanziarie, incluse prestazioni di servizi e trasferimenti internazionali. La combinazione di tali rilevazioni determina i diversi profili di reporting assegnati alle imprese. In determinate situazioni, come nel caso di trasferimento della sede legale o fiscale all’estero, può emergere anche un obbligo di reporting multiplo verso più giurisdizioni.Come sottolineato nel report, l’evoluzione normativa e operativa degli ultimi anni ha reso il framework di Direct Reporting sempre più articolato, con conseguenti impatti organizzativi e operativi per le imprese, soprattutto quando le funzioni amministrative e finanziarie sono centralizzate al di fuori dell’Italia. Il mancato rispetto degli obblighi segnaletici o l’invio di dati incompleti o non corretti può comportare l’applicazione di sanzioni amministrative e la pubblicazione dei relativi provvedimenti da parte della Banca d’Italia.Per saperne di più scarica il report

Il nostro Manifesto

Condividere esperienze, consigli utili e storie di vita