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Risk Management: cosa dicono le imprese italiane

L’ultima edizione della survey 2026 “Risk Management & Governance: lo stato dell’arte nel panorama italiano”, condotta da PwC Italia e Nedcommunity, fotografa un contesto in cui i Board aziendali si trovano ad affrontare rischi sempre più interconnessi e complessi. L’instabilità macroeconomica e geopolitica (92%), gli attacchi informatici (87%), la volatilità dei prezzi delle materie prime (82%) e le interruzioni della supply chain (76%) si confermano tra le principali sfide, sia nel breve sia nel lungo periodo (2 e 10 anni). In questo scenario, disporre di competenze dedicate e di un presidio strutturato diventa essenziale per supportare processi decisionali e strategici. Tuttavia, quasi una società su due, il 33% tra le quotate e il 69% tra le non quotate, non si è ancora dotata di una funzione indipendente di Risk Management, limitando la possibilità di adottare un approccio integrato e di fornire a CEO e Board una visione organica dei principali rischi aziendali.Lo studio mostra come la diffusione di buone pratiche cresca all’aumentare della complessità: sopra gli 1,5 miliardi di euro di fatturato l’adozione raggiunge l’84%. Nel lungo periodo aumentano le preoccupazioni legate alle tensioni socio‑politiche, che entrano nella top 10, mentre il rischio climatico rimane stabile in nona posizione. I dati evidenziano però un divario significativo tra percezione del rischio e capacità delle organizzazioni di adottare strumenti adeguati: sul rischio geopolitico circa il 70% delle aziende adotta misure reattive e non predittive, mentre su cyber risk, AI e privacy, ambiti in cui si registra maggiore sensibilità, la maggior parte dei CdA non si considera sufficientemente edotta rispetto alle responsabilità normative e il 49% dichiara un’informativa parziale o assente sulle attività svolte dalle figure responsabili.Per quanto riguarda il ruolo del responsabile Risk Management, nelle realtà in cui la funzione è presente emerge un progressivo rafforzamento del posizionamento nella governance: nel 79% dei casi riporta direttamente al CEO o al CdA. Rimane però evidente un empowerment incompleto, poiché nel 39% dei casi non si tratta di un C‑Level. Anche il coinvolgimento nelle scelte strategiche è diffuso ma non sempre strutturato: nell’89% dei casi il Risk Manager/CRO partecipa ai processi di decision making, ma solo nel 50% ciò avviene in modo regolare e formalizzato; inoltre, nel 59% delle aziende la valutazione di rischi e opportunità sulle iniziative strategiche è assente o gestita in modo informale.La maturità dei modelli di Risk Management risulta prevalentemente intermedia: il 61% delle aziende colloca il proprio modello agli stadi iniziali e il 41% non ha ancora adottato un framework ERM, anche se il 14% ne prevede l’introduzione entro i prossimi 12 mesi. Ancora meno diffuso il Risk Appetite Framework: tra le società che adottano un ERM, solo il 44% ha formalmente definito la propria propensione al rischio attraverso indicatori, soglie e meccanismi di escalation. Sul piano della governance emergono segnali incoraggianti: rispetto ai dati 2024, nel 2026 cresce la regolarità dell’informativa al Board (reporting trimestrale nel 38%), diminuisce il numero di aziende prive di reporting periodico (17%) e aumenta la formalizzazione di policy e documenti di supporto al CdA (64%). Resta però centrale la qualità dell’informazione, che deve essere focalizzata sui rischi primari, comparabile nel tempo e orientata alle decisioni.Un’area in cui sono attesi miglioramenti significativi riguarda l’integrazione tra rischio e pianificazione strategica: il 90% dei CdA riceve un’informativa sul profilo di rischio associato al Business Plan, ma nel 24% dei casi il processo non è strutturato e nel 38% avviene solo su richiesta. Anche la frequenza di monitoraggio risulta limitata: nel 42% delle aziende gli aggiornamenti sull’andamento del Business Plan e dei rischi associati non sono sistematici. Un coinvolgimento più regolare e organizzato del Risk Manager nelle decisioni strategiche rafforzerebbe la capacità di anticipare criticità e di supportare il CdA nell’assunzione di decisioni più informate.Come sottolinea Riccardo Bua Odetti, Partner PwC Italia e lead of Enterprise Risk Management: “In uno scenario in cui la complessità è diventata strutturale e il cambiamento è continuo, il Risk Management rappresenta una funzione chiave che deve evolvere dal presidio dei controlli di processo alla valutazione dei rischi legati alle scelte strategiche e al Business Plan”. La survey mostra come le aziende non finanziarie abbiano avviato un percorso di evoluzione, ma anche quanto resti da fare per rafforzare governance, integrazione e qualità delle informazioni destinate al CdA, soprattutto in un contesto privo di una normativa dedicata.

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PwC AI Jobs Barometer 2026

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PwC AI Jobs Barometer 2026

L’AI Jobs Barometer 2026 di PwC evidenzia una trasformazione profonda e sempre più polarizzata del mercato del lavoro globale. Le imprese maggiormente esposte all’adozione dell’intelligenza artificiale hanno registrato nel 2025 una crescita della produttività del 34% rispetto al 2018, contro il 24% delle aziende meno esposte. All’interno di questo gruppo emerge un marcato effetto “superstar”: il 20% delle imprese più avanzate ha ottenuto un incremento medio della produttività del lavoro del 163%, quasi cinque volte superiore alla media delle aziende AI‑intensive. La ricerca, basata sull’analisi di oltre un miliardo di annunci di lavoro a livello globale, mostra come l’AI stia accelerando una polarizzazione tra ruoli altamente professionalizzati e ruoli “democratizzati”, nei quali l’automazione rende le attività più accessibili anche a profili meno esperti. Nei primi, l’AI automatizza le attività di routine e consente agli specialisti di concentrarsi su compiti a maggior valore aggiunto: qui la crescita delle opportunità di lavoro è doppia rispetto agli altri ruoli e l’incremento salariale procede a un ritmo più rapido del 42%.Il premio salariale per le competenze AI continua infatti a crescere: nel 2025 ha raggiunto il 62%, in aumento rispetto al 57% dell’anno precedente, con picchi fino al 118% nei beni di consumo e valori più contenuti nel settore pubblico (circa 16%). Le professioni che richiedono skill come prompt engineering o machine learning crescono a un ritmo pari a otto volte quello del mercato complessivo: +69% contro +9%. I settori tecnologia, media e telecomunicazioni (11%) e servizi professionali (6%) guidano l’aumento dei job posting AI, seguiti dai servizi finanziari (5%), mentre la sanità rimane sotto l’1%. La diffusione delle competenze AI è più elevata nei ruoli a maggiore intensità digitale e cognitiva: IT e informatica, marketing e comunicazione, ricerca scientifica, attività creative e di produzione contenuti mostrano i livelli più alti di penetrazione dell’AI nei job posting.L’impatto dell’AI non dipende però solo dal settore, ma dalla natura delle attività svolte. Nei ruoli entry‑level, l’AI sta “seniorizzando” le competenze richieste: negli Stati Uniti, i ruoli junior più esposti all’AI hanno una probabilità sette volte maggiore di richiedere skill tipicamente umane come leadership, creatività e interazioni dirette. Le offerte di lavoro per questi ruoli sono cresciute del 35% dal 2019, mentre gli altri ruoli entry‑level sono diminuiti del 10%. L’AI non sostituisce quindi le competenze esistenti, ma accelera la combinazione tra capacità tecniche, competenze trasversali e conoscenze specialistiche, ampliando e rendendo più multidimensionale il profilo professionale richiesto.Nel mercato italiano, la domanda di competenze AI ha registrato un incremento significativo: nel 2025 gli annunci che richiedono skill legate all’AI sono aumentati di circa 24 mila unità, portando la quota complessiva all’1,7% del totale. L’Italia si colloca oggi su livelli analoghi alle principali economie europee, ma resta al di sotto dei Paesi più avanzati: 2,2% nel Regno Unito, 2,8% negli Stati Uniti, fino al 6,4% in Cina e all’8,1% in India. Una differenza che riflette anche la diversa struttura economica: nei mercati con una maggiore presenza di servizi digitali e attività ad alta intensità di conoscenza, la domanda di competenze AI cresce più rapidamente. In Italia il settore Tech, Media & Telecom è il più dinamico, con oltre l’8% degli annunci che richiedono competenze AI, seguito dai servizi professionali (3,4%) e dal manifatturiero (1,9%), mentre i servizi finanziari si attestano intorno all’1,5%. Tutti i settori registrano comunque un aumento rispetto al 2024.Le occupazioni più esposte all’AI mostrano il maggiore dinamismo sul fronte delle competenze: tra il 2019 e il 2025 hanno introdotto in media oltre 500 nuove skill, con un’evoluzione quasi doppia rispetto alle professioni meno esposte. Le trasformazioni più rapide riguardano le professioni digitali, le attività di business e i ruoli legati alla produzione di contenuti, dove cresce la richiesta di competenze ibride che combinano tecnologia, creatività, capacità analitiche e soft skill avanzate.Come osserva Alessandro Caridi, Partner e Digital Innovation Leader di PwC Italia: “Il tradizionale rapporto tra esperienza e competenza sta cambiando. L’AI assorbe molte delle attività di routine che un tempo rappresentavano la naturale palestra dei primi anni di carriera e, allo stesso tempo, anticipa la richiesta di competenze tipicamente umane, capacità di giudizio, leadership, adattabilità, fin dalle fasi iniziali del percorso professionale”. E aggiunge “le aziende sono chiamate a ripensare i propri modelli di sviluppo del talento: solo così potranno accompagnare le nuove generazioni nella crescita e valorizzarle in un contesto profondamente diverso dal passato”.

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