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Il contributo pubblico che riduce il prezzo del servizio non è sempre imponibile ai fini IVA

La sentenza n. 6969 del 23 marzo 2026 della Corte di Cassazione affronta nuovamente il tema del trattamento IVA dei contributi pubblici, recependo i principi elaborati dalla giurisprudenza dell’Unione europea e, in particolare, quelli espressi dalla Corte di Giustizia UE nella decisione dell’8 maggio 2025 (causa C-615/23).Il caso trae origine da una verifica dell’Agenzia delle Entrate relativa alle somme erogate dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Torino alla società Alfa per interventi sulla viabilità connessa al sistema autostradale tangenziale torinese. La società aveva qualificato tali somme come contributi a fondo perduto, considerandoli fuori campo IVA, mentre l’Amministrazione finanziaria riteneva che essi costituissero un’integrazione dei corrispettivi, in quanto destinati a calmierare i prezzi per gli utenti, e quindi imponibili.La Corte di Cassazione chiarisce che, per stabilire se un contributo pubblico sia soggetto a IVA, occorre analizzarne la funzione concreta e il rapporto con il prezzo del servizio. In particolare, una sovvenzione può essere considerata direttamente connessa al prezzo solo se incide effettivamente sul corrispettivo, consentendo al prestatore di offrire il servizio a un prezzo inferiore rispetto a quello che applicherebbe in assenza del contributo.Tuttavia, la Corte precisa che non è sufficiente che il contributo abbia un’influenza generica sul prezzo: è necessario un nesso diretto e specifico tra sovvenzione e prestazione. Tale nesso viene meno quando il servizio è rivolto a una collettività indistinta e non è possibile individuare i singoli utenti, né collegare il contributo al numero o all’identità dei fruitori.Richiamando la giurisprudenza unionale, la Cassazione individua tre condizioni affinché una sovvenzione sia imponibile: deve essere destinata a finanziare uno specifico servizio, deve determinare una riduzione proporzionale del prezzo per l’utente e deve essere quantificabile. In assenza di tali requisiti, il contributo non può essere considerato parte del corrispettivo e, quindi, non è soggetto a IVA.In conclusione, la pronuncia esclude automatismi e impone una valutazione caso per caso: le imprese che ricevono contributi devono verificare attentamente se esista un legame diretto tra le somme percepite e il prezzo praticato agli utenti, poiché solo in presenza di tale nesso il contributo assume rilevanza ai fini IVA.Per saperne di più visita la pagina dedicata

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Family Office Survey 2026

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Family Office Survey 2026

Il Family Office si conferma un attore centrale nella gestione della complessità patrimoniale e nella definizione di strategie di lungo periodo. In Italia, il settore appare in evoluzione, con un modello ancora prudente ma in progressiva sofisticazione e avvicinamento agli standard internazionali.Dal punto di vista dell’asset allocation (dicembre 2025), emerge una forte componente difensiva: circa il 36% del portafoglio è investito in obbligazioni, mentre il 25% è allocato in azioni. Le restanti quote si distribuiscono tra investimenti alternativi (8%), immobiliare (8%), altri investimenti (8%) e liquidità (8%), confermando un approccio orientato alla preservazione del capitale in un contesto ancora incerto.Parallelamente, cresce l’interesse verso i private markets, considerati sempre più strategici. In questo ambito si rafforza il ricorso a club deal e co-investimenti, strumenti che permettono di condividere il rischio, accedere a operazioni più complesse e valorizzare competenze complementari. In Italia, tali operazioni si distinguono anche per il forte ruolo delle relazioni di fiducia e dei network imprenditoriali.Per quanto riguarda gli investimenti diretti in società, prevale un approccio prudente e orientato alla minoranza: il 55% dei Family Office investe esclusivamente in quote di minoranza con logica opportunistica, mentre il 27% può investire sia in maggioranza sia in minoranza ma predilige comunque la minoranza. Solo il 5% investe esclusivamente in maggioranza, mentre un ulteriore 5% preferisce la maggioranza pur mantenendo flessibilità. Il 9% non effettua investimenti diretti.Un elemento distintivo del modello italiano è la centralità della dimensione generazionale. Il 51% dei patrimoni dei Single Family Office è detenuto dalla seconda generazione, il 24% dalla terza e il 22% dalla prima; solo il 2% riguarda generazioni successive. Questo evidenzia un crescente coinvolgimento della Next Gen nei processi decisionali.In questo contesto, il Family Office evolve da struttura tecnica a vera piattaforma di governance familiare, capace di integrare competenze finanziarie, gestione delle relazioni e trasmissione dei valori. Diventa quindi uno strumento chiave per il passaggio generazionale e la continuità patrimoniale.La tecnologia assume un ruolo sempre più strategico, soprattutto nelle attività di aggregazione, monitoraggio e reporting degli investimenti, spesso tramite soluzioni acquistate sul mercato. Cresce inoltre l’attenzione verso temi innovativi come intelligenza artificiale, sostenibilità, energia e transizione ambientale, segnando un’apertura sempre maggiore verso il futuro.Per saperne di più visita la pagina dedicata

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